Il mio viaggio a New York 

Testo preso dalla pagina Facebook “il mio viaggio a New York”:

Devi salirci in cima, a questa metropoli senza fine. Vertigine estrema, metafora verticale di quella maniera newyorkese di vivere, che è camminare sull’orlo dell’abisso. E sottodi te c’è la fine del mondo. Scalarla come si scalano le tappe della vita, affamati di una fame perpetua. Mai essere sazi nelle cose della vita, bisogna complicarla laddove sembra che tutto sia tranquillo. Perché la calma, la pace, la quiete significa essere finiti. Non lasciatevi ingannare dal mito della buona vita, vi porterà all’abbrutimento, alle pantofole, all’abiura di ogni ambizione. Siate infinitamente ambiziosi. Perché il presupposto di ogni grande cosa è l’inquietudine come compagna di vita. E allora siate inquieti, ma siatelo fino in fondo. Esagerati. Corretele questre strade profonde, sentitelo questo fremito della vita, dell’imprevisto, dell’iniziare un nuovo lavoro, un nuovo amore. Godete dell’incredibile leggerezza nelle gambe che è l’esser vivi. Saltatela da un grattacielo all’altro questa metropoli, non arrendetevi. Toccatele con un dito le punte dei grattacieli. Guardarle non è piu’ sufficiente.

Una vita in ansia.

Una vita in ansia, fatta di insicurezze e sfiducia nelle proprie capacità.

Una vita in ansia, dettata dai fallimenti passati, dagli insuccessi, dagli obbiettivi non raggiunti.

Traguardi che si sono persi di vista e propositi mai realizzati.

Un’ansia che ti toglie il respiro, che ti toglie, di secondo in secondo, attimi di vita.

La paura di non essere abbastanza per quello che verrà, non essendolo mai stato in passato.

La paura di raggiungere per l’ennesima volta il limbo, quel luogo grigio in cui non brilli e non perisci.

Esisti, ma non esisti.

Respiri, ma con fatica.

Non vivi, ma tiri avanti.

Un fantasma.

Mi sarebbe piaciuto invitarti a ballare, ma non sono mai stata brava con le parole; e allora ti ho guardato, affascinata dal tuo essere, apparente, così libero e felice, quasi spensierato e senza problemi.

Ti ho guardato da lontano e volevo che mi vedessi, ma il tuo sguardo è passato oltre e io sono rimasta per l’ennesima volta un fantasma tra la folla.

Tu non mi hai vista.

E io non ti ho parlato.

Ed è così che nel giro di pochi minuti ti ho perso in un mare di gente di cui, a me, non importava niente. Erano i tuoi occhi quelli in cui mi ero persa, i tuoi movimenti quelli che mi avevano stregata.

E improvvisamente, non c’erano più.